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Nel loro insieme, questi tre volumi rendono bene l'idea del pensiero di Bollas, un pensiero originale e critico, molto seguito da ampie schiere di analisti ma (forse anche per questa popolarità) poco amato da alcuni altri. Sono numerose le critiche avanzate da Bollas alla teoria psicoanalitica. Tra queste troviamo le acute osservazioni sull'attuale tendenza ad interpretare il transfert nella dimensione del qui e ora con la conseguenza - tra le altre - di limitare il paziente nella manifestazione di se stesso, riportando continuamente ciò che egli dice alla situazione della coppia analitica. Ma Bollas ha anche evidenziato l'ingombrante peso della teoria che - se non assorbita e metabolizzata, quindi dimenticata e depositata nell'inconscio - rende cieco l'analista di fronte al paziente e lo conduce verso deviazioni pericolose. Ancora, è stata messa in rilievo la limitata utilità di concetti, come il Sé, che secondo il punto di vista di Bollas non arricchisce la comprensione della mente e della relazione. A fronte di tutto ciò, Bollas ha contaminato il lessico analitico disseminando termini idiomatici, come nota Bonaminio nel primo dei tre testi qui segnalati. Ne La domanda infinita, Bollas pone al centro il “conosciuto non pensato” come perno dell'analisi e oggetto finale di conoscenza e di scoperta. Da qui deriva l'enfasi con la quale l'Autore richiama la modalità di lavoro “da inconscio a inconscio”, chiamando a testimonianza alcuni casi clinici e una rilettura dell'opera freudiana che rivaluta l'associazione libera - e, specularmente, l'attenzione ugualmente sospesa dell'analista. L'ascolto e l'attitudine ricettiva dell'analista aprono così le porte alla comprensione del paziente attraverso l'immagine evocativa della “partitura sinfonica dell'inconscio”. A tale impostazione (che dovrebbe guidare l'analista nel suo lavoro quotidiano) Bollas collega la sua visione pluralistica della teoria, basata sulla conoscenza più ampia possibile delle diverse posizioni psicoanal