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Sbaglierebbe chi fosse indotto dal titolo a prendere questo libro alla leggera, come se si trovasse di fronte all'ennesimo pamphlet alle prese con la schiera di addetti “psi” e con le loro malefatte quotidiane. Questo invece è un libro semi-serio. Anzi serio. A qualcuno potrà apparire persino troppo serio.
Poco originale nel contenuto, più originale nell'impianto, questo volumetto è un utile promemoria per i distratti. Al centro vi è la questione della medicalizzazione crescente della sofferenza umana e della psichiatrizzazione della vita, con la delega alla medicina di problemi di natura sociale ed esistenziale. Come corollari, le questioni della responsabilità e della colpa nel processo patologico, della labilità del confine tra salute e malattia, dell'artificiosa proliferazione dei quadri tassonomici e, su un piano più etereo, la questione della predizione in psicologia, e cioè dei criteri mai risolti della sua scientificità.
Come dire che siamo “nel cuore” delle discussioni che affliggono da sempre le anime più attente della nostra professione. Difficile affrontarle col linguaggio piano e scarno del “dibattito scientifico”, perché probabilmente si perderebbero fra le tante altre discussioni, nella noia generale con cui ci si avvicina a questi temi per sfiorarli e subito rifuggirli. Consapevole del fatto, l'Autore, Matteo Prati, tenta una manovra audace, capovolgendo i termini e la logica dell'operazione. Il risultato è che il libro va letto all'incontrario. Ciò presenta due vantaggi: il primo è che, in forza del paradosso, tutto il discorso si svolge a cavallo tra vero e falso, tra ironia e serietà col risultato di farne una lettura divertente e ilare; il secondo è che il lettore è costretto a pensare, a metterci del suo e a prendere posizione, se non altro per capire se l'Autore crede in ciò che dice o se si sta prendendo gioco di chi legge. Infine e a lato, l'espediente retorico del paradosso non è esente da una certa civetteria, ricollegandosi a una tradizione