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Franz Fanon, psichiatra e scrittore martinicano, morto a soli 36 anni, è stato un simbolo per le generazioni dei movimenti anti-istituzionali e antipsichiatrici degli anni 1960, e una delle poche figure che, in virtù del suo impegno anticoloniale e della sua militanza, ha varcato i confini degli addetti ai lavori per finire nelle piazze sulla bocca di tutti. Tuttora le tematiche da lui trattate nei pochi anni che lo hanno visto attivo continuano ad animare il dibattito contemporaneo, coinvolgendo medici, antropologi ed etnopsichiatri. Fanon ha colto, «con molto anticipo, i dilemmi, le fratture e le ambivalenze che la situazione coloniale produce nell'esperienza delle appartenenze culturali» (p. 14): così scrive Roberto Beneduce nel suo saggio introduttivo, che vuole essere anche un bilancio, a cinquant'anni dalla scomparsa, di tutta l'opera di Fanon, dagli aspetti politici alle influenze storico letterarie sino alle implicazioni filosofiche. Partito dalla condizione coloniale, Fanon estende e sviluppa le sue considerazioni lucidissime e critiche a tutto il corpo sociale, e Beneduce ce ne mostra i passaggi (una curiosità: non è un caso che proprio Beneduce abbia fondato e diriga a Torino un Centro intitolato a Franz Fanon). Ecco i titoli dei paragrafi del suo saggio: 1. Il corpo coloniale, un “corpo sospetto”; 2. Psichiatria e colonialismo o l'etnopsichiatria malintesa; 3. Un “labirinto infernale”: Fanon con Foucault; 4. Le economie morali della menzogna e i nuovi dannati della terra. Fanon nella postcolonia.
Ma la cosa interessante è che il saggio di Beneduce introduce una raccolta di una decina di brevi scritti di Fanon, molti dei quali mai tradotti in italiano, a cominciare da un estratto della tesi dottorale (rimasta nel suo insieme allo stato di dattiloscritto) dal tema “Disturbo mentale e disturbo neurologico”. Segue “La «sindrome nordafricana»”, sull'impatto dell'immigrato con la medicina occidentale, apparso su Esprit nel 1952 e tradotto in italiano nel 2006.