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Sala monumentale splendida, nel Convento di San Domenico a Bologna. Sala nella quale venne incoronato per la seconda volta Carlo Magno, in cerca di legittimazione. Un contesto solenne per accogliere Otto Kernberg, ospite della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, in occasione del quarantacinquesimo anniversario della pubblicazione. Un anniversario, quindi, tra i tanti del nostro campo disciplinare in questo anno 2011. Tema, la formazione degli psicoterapeuti, che ha caratterizzato fin dalle origini, cinquant'anni fa, il gruppo che fondò la rivista. L'incontro è stato offerto agli abbonati, accorsi numerosi. Tre o quattrocento colleghi di varie parti d'Italia, attirati ovviamente dal prestigio del protagonista e disposti ad ascoltare anche i comprimari. L'atmosfera gradevole, di vero incontro e di scambio anche tra generazioni, ne erano presenti tante che nel corso degli anni hanno contribuito al mantenimento della rivista rinnovando l'abbonamento e hanno testimoniato la rilevanza, la utilità, vorrei dire la necessità, di un approccio culturale e scientifico trasversale, senza steccati, rispettoso dell'altro. Facce sorridenti che si incontravano di nuovo dopo anni, colleghe e colleghi giovani perfettamente integrati coi più anziani. Alcuni, tra i sessanta e i settant'anni, in compagnia del figlio o della figlia ormai già psichiatra o psicologa o sul punto di diventarlo. Insomma, un pomeriggio gioioso, com'erano all'epoca, cinquant'anni fa come ho scritto prima, i corsi di aggiornamento che avevamo iniziato a organizzare. Nella relazione di Kernberg c'è un riferimento all'atmosfera dell'Istituto psicoanalitico cileno in cui si è formato, allegra, amicale e godereccia, rispetto al freddo rigore dell'Istituto psicoanalitico di Topeka, nel Kansas, dove si era trasferito come ricercatore sotto la direzione di Karl Menninger, la Menninger