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In questo libro (“L'inconscio in paradiso. Come i cattolici hanno recepito la psicoanalisi”), la giovane Autrice francese, storiografa del cristianesimo e ricercatrice presso la Fondazione per le scienze religiose di Bologna, offre un'ampia panoramica delle reazioni del mondo cattolico alla diffusione della psicoanalisi nel corso del secolo passato, per altro ben contestualizzata nell'ambito scientifico, culturale e politico del tempo. Ne esce un quadro insospettatamente variegato quanto a prese di posizione in area cattolica. Il che è dovuto da una parte ai difformi orientamenti presenti sia tra gli intellettuali cattolici sia tra la gerarchia circa l'atteggiamento da tenere di fronte alle espressioni della modernità; dall'altra parte, alle diverse correnti presenti nell'area psicoanalitica sensu lato, cioè comprensiva dei dissidenti. Riserva comunque una certa sorpresa la rilevazione di orientamenti significativamente favorevoli alla psicoanalisi tra i cattolici già nel periodo interbellico, più di quanto si ritenga comunemente (non senza qualche generosa forzatura, a mio avviso, data la loro esiguità nel vasto universo dei cattolici).
Il percorso espositivo è costruito intrecciando due diversi tipi di itinerario. L'uno, cronologico, mostra talune cesure tra prima e dopo la seconda guerra mondiale. L'altro, logico, segue le principali strategie di risposta da parte cattolica. Si va dalle reazioni sospettose fino al rigetto in toto della psicoanalisi (le nevrosi si curerebbero con la direzione spirituale e - perché no? - tramite buone confessioni), alle reazioni che fanno dei distinguo nel corpus freudiano per accettarne una parte e respingerne altre, a quelle che lavorano per concordismi più o meno discutibili, anche allo scopo strumentale di porsi alla testa della nuova disciplina (alcuni padri gesuiti). Si arriva