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Quasi commuove vedere pubblicato il volume in questione, sia a fronte della recente espunzione della Storia della psicologia da vari corsi universitari italiani di psicologia (inseguendo l'illusione di una precoce quanto inutile professionalizzazione a scapito di una robusta conoscenza di base della disciplina), sia per la riproposizione di alcuni padri fondatori che godevano di risonanza anche al di fuori della Penisola (di contro a una psicologia nostrana che al giorno d'oggi non brilla per personalità di sicura levatura internazionale). Merito sia dunque agli Autori del volume, che testimoniano di un rilevante attivismo storiografico, e non solo da oggi, del gruppo di ricercatori romani - come si vede dalla ricca bibliografia finale, nonché dai loro collegamenti internazionali, ricordati nell'Introduzione (di Lombardo e Dazzi).
Nel volume vengono focalizzati i pionieri italiani della psicologia scientifica sensu lato, cioè comprensiva degli sperimentalisti e di quanti avevano a cuore la misurazione e la statistica, ma anche di quanti introdussero altri approcci empirici, quali test, colloqui clinici, metodi introspettivi avanzati, cioè estesi allo studio delle “funzioni superiori”. Abbiamo così la prima generazione, caratterizzata dall'adesione allo stretto sperimentalismo testé menzionato, con Roberto Ardigò (articolo di Büttemeyer), Gabriele Buccola (articolo di Cimino e Degni), Angelo Mosso e Federico Kiesow (articolo di Sinatra e Monacis). Non sono tutti i ricercatori di rilievo di questa fase “ottocentesca” (più in senso culturale che non strettamente cronologico): il volume sorvola su autori come Vignoli, Colucci, Sìghele; ma quelli trattati sono certo i principali. Con questi studiosi, in un contesto culturale improntato all'evoluzionismo darwiniano e alla filosofia positivista, la psicologia scientifica inizia a trovare - assieme all'antropologia, alla criminologia e alla freniatria - accoglienza negli ambienti universitari, godendo peraltro di un certo ap