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In un passaggio significativo di questo interessante caso clinico la terapeuta scrive: «K. si angoscia all'idea della morte. I sogni sembrano confondersi con gli elementi non elaborabili che si trova ad affrontare nella vita. L'impossibilità di simbolizzare il reale della morte ritorna nell'attività onirica, senza alcuna differenza, senza alcuna articolazione. Niente diventa spunto per lo sviluppo di un discorso, ma c'è solo la ripetizione delle stesse frasi: “Ho paura della morte. La morte mi angoscia. Quando vedo notizie tristi alla TV faccio brutti sogni”» (p. 427). Prenderò spunto per il mio intervento dalla mancata simbolizzazione della morte da parte di K., un'impasse che ritengo implicata nel sintomo anoressico anche in pazienti di livello cognitivo normale (P. Morra, Anoressia e angoscia di morte. Tesi del Master Working with people with eating disorders. London: Tavistock and Portman & University of East London, ). Mi soffermerò sul blocco evolutivo della ragazzina in relazione alle fantasie corporee che i sintomi suggeriscono e sugli aspetti della relazione transferale che dall'inizio del trattamento hanno permesso di rimettere in moto lo sviluppo psichico.
K. è nata con parto cesareo «perché era rimasta bloccata» (p. 424), dopo una gravidanza non vissuta dalla sua «mamma non mamma» (p. 425). Neonata anoressica, «diversa» (p. 424), è stata isolata in ospedale. L'inizio della sua vita è coinciso cronologicamente con una minaccia di morte quanto mai reale: la malattia materna. Sulla base della relazione temporale fra i due eventi, si può pensare che la bambina abbia a posteriori costruito una relazione causale fra di essi, interpretando la sua nascita, il distacco dalla madre, nel senso di una colpa originaria. La cicatrice sulla testa, che K. vuole continuamente toccare, potrebbe essere stata confusa con l'esito del “taglio”. In base a questa ipotesi ci si può interrogare sulla componente inibitoria della sua (pseudo)insufficienza mentale. Forse