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Questo saggio affronta con audacia e delicatezza un tema che ancora è tabù, anche per gli “addetti ai lavori”: cosa succede nelle menti dell'analista e del paziente quando nel trattamento si infiltra non solo lo spettro della malattia e della possibile morte del “curante”, ma la realtà della sua caducità? Cosa accade nel loro campo relazionale? Quali difficoltà si devono affrontare? E come? L'argomento rimanda alla bellissima nota intitolata Caducità nella quale Sigmund Freud scrive: «Il valore di tutta questa bellezza (…) è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta» (Opere, 8. Torino: Boringhieri, , p. 174). Rita Corsa (con la collaborazione di Gabriella Gabbriellini e Lucia Monterosa) affronta un tema poco esplorato, umbratile e doloroso. Sono toccate le aree della fragilità narcisistica, della vergogna, dell'invidia controtransferale e della realtà umana (anche somatica) della figura dell'analista, che il paziente tende a collocare in una zona idealizzata, lontana dalle rappresentazioni e dagli affetti legati alla mortalità.
Il volume è suddiviso in tre parti. Nella prima (“L'identità violata”) l'Autrice ripercorre il concetto di trauma, a partire da Freud, per soffermarsi ad analizzare la soggettività corporea dell'analista e il complesso lavoro psichico che attraverso la “preconcezione della morte” - come l'ha definita Eugenio Gaburri (Edipo e la preconcezione della morte. In: Esplorazioni dell'inconscio. Prospettive cliniche. Atti del XV Congresso Nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, Taormina, 27-30 maggio ) - consente le separazioni evolutive e interviene nell'elaborazione del lutto. Nella seconda parte (“L'analista malato al lavoro”) il saggio ruota attorno al tema della responsabilità etica dell'analista e dell'importanza di contrastare l'ipocrisia convenzionale che tende al diniego e lascia invadere il campo analitico (satu