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Le Autrici, avvalendosi di una lunga esperienza, presentano il loro cimento teorico e pratico di psicoanaliste chiamate a formare degli operatori attivi all'interno di istituzioni pubbliche (ospedali, reparti di psichiatria e di neuropsichiatria infantile, ma anche scuole). Una sfida, certo, dovendo superare due tipi di difficoltà: da una parte, la necessità di adattare metodo e teorie analitiche a un setting anomalo (sistemazione in luoghi precari, frequenti interruzioni, pagamenti da parte delle istituzioni, limiti di tempo predefiniti del percorso); dall'altra parte, le insofferenze di non pochi dirigenti delle istituzioni coinvolte (che puntano il dito contro risultati non immediati, né facilmente verificabili tramite i loro criteri) e talora pure le diffidenze degli operatori («forse sono spie della direzione» [p. 139], suggerisce il pensiero latente di un gruppo di ospedalieri).
Le Autrici non a torto sottolineano come tecniche e teorie psicoanalitiche richiedano adattamenti, pena l'impossibilità di intervenire in situazioni molto specifiche, nelle quali, ai fini del buon funzionamento di istituzioni spesso in preda a disagi relazionali e a conflitti intestini, è necessaria la consapevolezza da parte degli operatori delle proprie emozioni e delle dinamiche gruppali disturbate. Portare queste dimensioni affettive latenti alla parola e alla condivisione coi colleghi risulta tanto più opportuno quanto più stressanti e coinvolgenti sono le condizioni di lavoro, come accade con utenti psichiatrici, grandi e piccini.
Le tecniche di drammatizzazione (con riferimento specie allo psicodramma), il social dreaming e altre modalità vengono abilmente utilizzate come strumenti del lavoro in gruppo per far emergere emozioni e pensieri impliciti degli operatori. L'assunto da cui partono le Autrici è che le dinamiche che si attivano nel gruppo di formazione, sia pur a seguito di spunti offerti da singoli, riflettono in qualche modo le stesse dinamiche corali sperimentate dagli o