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L'Autrice è nota al largo pubblico per il volume Mille fili mi legano qui. Vivere la malattia (Bari: Laterza, 2006, 5a edizione del 2012 e numerose traduzioni), in cui prende spunto dall'esperienza personale di una grave patologia invalidante. Questo nuovo lavoro, in ideale continuità col precedente (quasi ad additare l'altruismo come appagante senso dell'esistenza anche da parte di chi tocca con mano la finitezza della vita), offre un'agile e ampia rassegna delle ricerche attorno a ciò che in letteratura si suole chiamare “socialità positiva”. Lungi da compiacimenti di tipo moralistico, l'Autrice intende mostrare come l'altruismo trovi altresì radici biologiche. Dopo un secolo, il Novecento, in cui specie con Freud e Lorenz si è insistito sull'innata aggressività, anzi distruttività dell'essere umano, in tempi più recenti discipline come la psicologia, l'antropologia, l'etologia (si vedano gli studi di de Waal sui primati non umani) e la stessa biologia mostrano la presenza di altrettante propensioni innate alla socialità positiva, se non altro per i vantaggi evoluzionistico-adattivi dati dalla collaborazione e dalla solidarietà. Si conferma così la duplice natura dell'essere umano, né solo demonio, né solo angelo; ma è grazie al prevalere della socialità positiva, sostiene l'Autrice, che si è riusciti ad arrivare al terzo millennio, nonostante gli orrori della storia dell'umanità (p. 135).
D'altra parte, le stesse tendenze altruistiche non seguono un percorso lineare: possono trovare difficoltà a esprimersi in effettivi comportamenti, per via di resistenze interne alla persona o di particolari circostanze in cui ci si trova. Si può poi equivocare ciò che è bene fare: oltre a forme proiettive, in cui anziché mettersi dal punto di vista dell'altro gli si attribuiscono proprie aspettative, a volte prevalgono meccanismi di contagio emotivo, per cui identificandosi troppo con l'altro si perde la capacità di una risposta efficace (i casi di burn-out nelle professioni di