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Questo volume raccoglie alcuni importanti scritti del filosofo e psicologo analista triestino Silvio Cusin (Trieste, 4 agosto - 22 ottobre ). La Prefazione di Bonetti si basa su una serie di interviste, mentre l'Introduzione a firma della nipote Ambra Cusin (psicologa e psicoanalista della SPI in Trieste) e di Giuseppe Leo (psichiatra e psicoterapeuta presso il Dipartimento di Salute Mentale di Lecce) ritraggono da diversi punti di vista l'iter evolutivo di Cusin: una persona poliedrica, mossa da interessi psicologici, filosofici, religiosi e sociali, impegnata in diversi campi della psicologia applicata, dai test alla psicologia del lavoro, dalle consulenze giuridiche alla psicoanalisi.
Di origini ebraiche (Cusin ha rintracciato la sua dinastia in ricerche che giungono fino al ), studia filosofia a Firenze, e a Trieste conosce Amos Chiabov che gli offre il tirocinio presso l'ospedale psichiatrico della città. Interessandosi alla catatonia (sulla base di uno scritto di Marco Levi Bianchini) svolge una serie di esperienze cliniche fino al momento in cui Gaetano Kanizsa lo chiama per realizzare una ricerca utilizzando la tecnica Rorschach. A metà anni 1950 Cusin è psicologo del lavoro presso Pirelli e Progredi (Mediobanca), collabora con Gino Pagliarani e partecipa a un gruppo condotto da Diego Napolitani. Negli anni 1970 incontra Basaglia (la cui passione per il Rorschach è poco nota) e compie una seconda analisi di gruppo con Resnik. Formatosi quindi come psicologo analista junghiano, Cusin diviene socio ordinario dell'Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA). Attratto dal Rorschach, segue l'impostazione fenomenologica e, soprattutto, la visione gestaltica proposta