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L'immagine di una scienza “forte”, basata sulla certezza del suo inarrestabile progresso, è in discussione da più di un secolo e con un rilevante apporto, fin dalle origini, della psichiatria. Disciplina che sembra ancora, e continuamente, fare i conti con le incertezze identitarie degli esordi, in bilico tra scienze umane e scienze naturali. E che ritorna ciclicamente a confrontarsi con i modelli qualitativi e quantitativi per comprendere e spiegare l'umano, tra individuo e società. Questione con la quale la cultura scientifica e medica europea ha iniziato a fare i conti a partire dall'Ottocento.
Tali aspetti nel dibattito pubblico sono spesso taciuti, strumentalizzati, talvolta idealizzati, molto spesso semplificati. Uno degli ultimi scritti di Giovanni Jervis ha giustamente messo in guardia rispetto a questi rischi: le vicende psichiatriche non sono riducibili a un rigido scontro tra «una tradizione romantica, al limite irrazionalista, nebulosamente sentimentale e (…) una tradizione classicamente razionalistica e oggettivista» (Complessità e ricerca in cinquant'anni di psichiatria in Italia. Epidemiologia e psichiatria sociale, 2/, p. 140). Senza infatti l'affermarsi del metodo scientifico nell'ambito delle scienze umane non sarebbe stato possibile il rinnovamento psichiatrico in occidente — e in particolare in Italia, dove in molti casi, dagli anni 1970, ha assunto intenzioni rivoluzionarie — a partire dal secondo dopoguerra. A determinare il cambiamento furono la cœsistenza e contaminazione di fattori diversi, di breve e lungo periodo: tecnico-scientifici e specialistici, come a metà degli anni 1950 la diffusione degli psicofarmaci; inoltre la sensibilizzazione umana e sociale nei momenti della valutazione e della cura, nei quali il movimento psicoanalitico freudiano