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Sul “manicomio liberato” varie sono le memorie dei protagonisti: psichiatri oppure operatori che hanno vissuto tale esperienza. Anche le testimonianze dei pazienti hanno avuto buona fortuna, raccolte soprattutto tra gli anni 1970 e 1980 per restituire voce e soggettività a chi ne era stato privato dall'istituzione totale.
Originale, in questo panorama, è il punto di vista di Alberta Basaglia, figlia di Franco e Franca Ongaro, psicologa dell'età evolutiva, dal 1980 alla guida del Centro donna e del Centro antiviolenza del Comune di Venezia, con alle spalle una lunga esperienza di contrasto alle discriminazioni di genere. Stimolata dalle domande dei più piccoli sul padre e i “matti”, ha deciso di raccontare oggi, attraverso il suo sguardo di bambina di allora, gli anni della così detta “rivoluzione psichiatrica” italiana. Il libro — scritto con Giulietta Raccanelli, rivolto al grande pubblico e di agile lettura — è costruito attraverso brevi racconti impressionistici, memorie di luoghi, persone, vita quotidiana. E si apre proprio con il primo giorno di Alberta alla nuova scuola elementare di Gorizia, dove il padre si era trasferito, nel 1961, dalla Clinica universitaria di Padova per dirigere il locale manicomio.
Rispetto all'agiografia del racconto pubblico a prevalere è la dimensione privata e familiare dei Basaglia, fatta di nonne, zii, fratelli, mamme che fanno maglioni e padri che cantano in macchina Nessuno mi può giudicare. Una famiglia “toccata in sorte” e pienamente immersa nell'impegno politico che ha caratterizzato la vita di tecnici e intellettuali negli anni 1960 e 1970. La casa goriziana la sera si riempiva di persone e discussioni su manicomio, istituzioni totali da negare, controllo sociale e psichiatria. E quando tutti andavano a letto, la mamma e il babbo si mettevano alla macchina da scrivere. Per i bambini la buonanotte arrivava così da Marcuse, Sartre, Connoly, Goffman, Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. In questo contesto era ovvio pensare di mandare