You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Tra la metà degli anni 1960 e la metà dei 1970 si sviluppò in Umbria - nella provincia di Perugia e poi anche in quella di Terni - un “movimento” assai ampio che investì il funzionamento del manicomio, la sua logica costitutiva e la sua stessa esistenza, rimettendo in discussione la condizione e l'immagine culturale del “malato mentale”, le cause e la natura stessa del disturbo psichico, e portò al superamento dell'ospedale psichiatrico e alla formazione di una complessa e alternativa rete di Servizi di salute mentale, “aperti” e dislocati nel territorio. Questo movimento, che anticipò in Umbria quanto nel 1978 avrebbe stabilito per l'intera Nazione la Legge 180, nota come “Legge Basaglia”, e per certi versi andò anche oltre, fu parte significativa di un più vasto e diffuso moto di idee e di pratiche collettive che ebbe numerosi punti di forza in tutto il Paese e riuscì a trasformare in quegli anni il trattamento dei malati mentali in una grande ed emblematica questione nazionale, parte integrante di un esteso e impetuoso processo di ripensamento critico e di messa in questione delle strutture del potere, delle sue forme e articolazioni istituzionali, dei suoi valori portanti, dei suoi intrecciati meccanismi di egemonia e repressione, e delle sue invasive manifestazioni sul terreno dei costrutti ideologici e degli assetti professionali. Così, la denuncia delle “istituzioni totali psichiatriche”, emersa pochi anni addietro in altre aree d'Europa e America, si caratterizzò in Italia per una sua forte politicità e per un esplicito riferimento della emarginazione manicomiale alle più ampie logiche repressive attuate dal sistema di potere, saldandosi in tal modo, e traendone forza, a quel vasto sommovimento contestativo di massa che in riferimento all'anno nel quale esso prese forma esplosiva in Occidente e anche in altre parti del globo ricevette convenzionalmente