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Fino a qualche tempo fa evocare il concetto di mindfulness nell'ambito della psicologia clinica e della psicoterapia sarebbe apparso quantomeno strano, se non decisamente improprio; ma se oggi si consultano le pubblicazioni in Google Scholar che contengono la parola mindfulness si può notare un incremento impressionante a partire
dall'inizio del 2000: allora le citazioni si attestavano sul migliaio mentre nel 2014 ne sono state contate ben quindicimila.
L'interesse per l'insieme abbastanza eterogeneo di concetti, idee e pratiche che va sotto il nome di mindfulness appare ormai diffuso in psicologia clinica (e sociale), in psichiatria, in psicoterapia e in altre discipline limitrofe. Pur facendo risalire il nucleo significante della mindfulness all'opera di William James nell'ambito della psicologia cosiddetta “scientifica”, è oggi visibile quanto il rinnovato interesse verso il buddhismo e le filosofie orientali abbia contribuito a orientare l'attenzione degli psicoterapeuti, pur considerando la differenza tra l'orientamento “esperienziale” tipico delle discipline orientali e l'orientamento “sperimentale” di larga parte della psicologia occidentale di stampo “accademico” (si veda a questo proposito l'articolo di Paolo Migone “Il problema della ‘traduzione’ di aspetti delle filosofie orientali nella psicoterapia occidentale”, a pp. 35-52 del n. 1/2010 di Psicoterapia e Scienze Umane).
La prima sezione del manuale curato da Brown, Creswell e Ryan si occupa di integrare i punti di vista filosofico, psicologico e buddhista al fine di segnalare le potenzialità di dialogo creativo che può svilupparsi tra queste tre direttrici. La seconda parte colloca decisamente la mindfulness nel contesto delle teorie psicologiche contemporanee, dando spazio agli approcci cognitivisti e cognitivo-comportamentali.
Con la sezione successiva ci si avvicina alla “messa in opera” della mindfulness in vista di promuovere il miglioramento esistenziale nei soggetti che si rivolgono verso la gamm