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Come ci ricorda la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo nella prefazione al volume, il valore della diagnosi consiste nel «dare nome alle cose» (p. 11, virgolette nell'originale), primo passo non solo per la conoscenza degli eventi, ma anche per la loro condivisione. La diagnosi è a tutti gli effetti l'avvio di una «presa in carico del proprio futuro» (p. 11, virgolette nell'originale), e questo è oggi ancor più vero dopo anni di ricerca sul DNA; tuttavia, la diagnosi, ad esempio di una malattia neurologica ereditaria, può diventare un dramma - per chi richiede un test genetico, per chi lo esamina o ne comunica i risultati, per i familiari e i terzi coinvolti a vario titolo - soprattutto in quei casi in cui la scienza non può ancora fornire speranze di cura. Chi chiede una consulenza genetica affronta dunque sempre un rischio - implicito peraltro in ogni interrogazione, come insegna il mito della Sfinge - nel momento in cui la certezza oggettiva della scienza si intreccia fatalmente con l'incertezza soggettiva della vita, evocando emozioni che possono condurre anche a scelte estreme. Come operare in tali casi? Quello che occorre in questa come in altre situazioni simili - ci ricorda la psicoanalista Anna Ferruta - è quindi una bioniana «mente di gruppo al lavoro» (p. 16), che si faccia carico e sappia contenere le angosce (genetiche, direbbe Franco Fornari) di chi chiede una diagnosi.
Il volume si presenta dunque come «il frutto del lavoro, durato dieci anni, di un'équipe multidisciplinare formata da neurologi, biologi, genetisti che hanno operato e operano con psichiatri, psicologi e una psicoanalista presso il Servizio di Diagnosi e