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Wilhelm Stekel è noto ai cultori di psicoanalisi per essere stato uno dei primi fedelissimi di Freud - con cui ideò e fondò la Società Psicologica del Mercoledì - e di lì a poco uno dei primi dissidenti, assieme ai ben più celebri Adler e Jung. Autore prolifico e talentuoso, il suo lavoro è finito nell'oblio anche per la damnatio memoriae operata dallo stesso Freud - che ne cancellò i riferimenti dalle sue opere - e la fama non immeritata di mauvais sujet come, sempre Freud, lo definì in una lettera a Ferenczi del 10 aprile 1911 (Lettera 211F, in: S. Freud & S. Ferenczi, Lettere, Volume 1: 1908-1914. Milano: Raffaello Cortina, , p. 278). Benché la sua figura sia stata riconsiderata dagli storici (si veda ad esempio il libro di Paul Roazen del 1975 Freud e i suoi seguaci [Torino: Einaudi, ]), Stekel rimase e rimane persona non grata nel mondo psicoanalitico, in particolare in Italia, dove le sue pubblicazioni sono poche e datate. Questo volume, ideato e curato dallo psicologo psicoterapeuta Michele Lualdi, viene così a coprire una lacuna innanzitutto editoriale. Il libro non è però semplicemente la traduzione dell'autobiografia di Stekel, un'opera minore pubblicata postuma in traduzione inglese nel 1950 a partire da un testo composto dal 1938 e che giunge fino a pochi mesi prima della morte. Si tratta invero di un'occasione per documentare la vicenda stekeliana, sia la sua personalità infiltrata di evidente narcisismo, sia la sua intuizione teorico-clinica, che ha avuto un'influenza non irrilevante nella speculazione freudiana (basti pensare a temi come il simbolismo onirico, la pulsione di morte, l'astinenza analitica). Benché definito “edizione critica”, questo volume è piuttosto un enciclopedico sforzo di ricognizione storico-critica del personaggio Stekel all'interno della cultura del suo tempo (come testimoniato dalle