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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Durante un colloquio preliminare, a un paziente angosciato di fronte alla prospettiva di impegnarsi in un'analisi e preoccupato di esporsi con ciò a un rischio, mi è venuto di rispondere: «Un rischio? Quello di diventare un po' più libero di prima». Intraprendere un'analisi è come avventurarsi in un paese sconosciuto senza una mappa che indichi la via. La posizione analitica è difficile da sostenere perché è condizionata dall'assenza dalla rappresentazione di uno scopo. Però non del tutto: vi agisce il desiderio di un cambiamento psichico, possibilmente in meglio! Ma solo l'analizzando può stabilire quale sia questo “meglio”.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
Difficile dirlo. Winnicott è senz'altro l'autore post-freudiano cui io faccio maggior riferimento a motivo del suo contributo alla comprensione degli stati borderline. Qualche parola però per ricordare l'apporto di Jean Laplanche: la sua teoria della seduzione generalizzata costituisce l'ultima grande costruzione teorica. Voglio ricordarne un solo punto essenziale: il modo in cui Laplanche mostra che il dispositivo artificiale della cura, trovato per via empirica da Freud, è omogeneo alla situazione antropologica fondamentale. Laplanche definisce tale situazione come dissimmetrica in quanto a essa concorrono un adulto che mischia il suo vissuto inconscio ai suoi gesti di cura e d'amore (o di odio), e un infans che metabolizza come può la complessità sempre traumatica dei messaggi che gli vengono inviati. La coppia analista-analizzando non è, ovviamente, il semplice calco di questa situazione primitiva, ma fonda su di essa la sua essenziale dissimmetria.