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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Un elemento negativo, a mio parere, è l'attuale divorzio tra psichiatria e psicoanalisi, che ha comportato la rinuncia alla cura dei pazienti gravi (affidando quasi tutto alla “riabilitazione”), relegando la maggior parte dei terapeuti al ruolo di “protesi” delle funzioni carenti dell'Io di pazienti con diagnosi ambigue e stereotipate.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
John Steiner, un post-kleiniano che ha seguito la linea di Herbert Rosenfeld nel lavoro con pazienti psicotici e borderline, analizzando i livelli precoci del narcisismo distruttivo.
3) A suo parere cosa caratterizza la cosiddetta “psicoanalisi contemporanea”, e quando si può dire abbia avuto inizio?
È caratterizzata da pluralità teorica e spesso, purtroppo, da confusione.
4) Cosa pensa della proliferazione di “scuole” psicoanalitiche?
Non credo vi siano vere “scuole”, piuttosto una frammentazione e difficoltà di integrazione fra individui e gruppi, che non vogliono però rinunciare al nome freudiano di psicoanalisi.
5) Identità della psicoanalisi e psicoterapia: come può essere impostato questo problema?
Non lo ritengo un problema, ma la naturale possibilità e necessità di optare, caso per caso, per due forme di psicoterapia che hanno differenze tecniche ma la stessa matrice teorica (naturalmente se parliamo di psicoterapia psicoanalitica).