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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Mi colpisce il fatto che la psicoanalisi, malgrado i dinieghi di molti analisti di oggi, resti fondamentalmente il prodotto di un solo uomo, Sigmund Freud. Non si parlerebbe di psicoanalisi se non ci fosse Freud. Un'indagine fatta anni fa tra tutti i libri delle discipline umanistiche e sociali del mondo mostra che solo Lenin, Shakespeare, Platone e la Bibbia sono citati più di Freud. Harold Bloom, nel famoso libro del 1994 Il Canone Occidentale (Milano: Bompiani, ) ha inserito Freud nel suo elenco dei 26 scrittori più importanti di ogni tempo. Quando un filosofo, un saggista, uno scienziato vuole confrontarsi con la psicoanalisi, quasi sempre si confronta solo con Freud (talvolta con Jung o Lacan) - confronto insomma necessario ma anche sufficiente per capire la psicoanalisi in generale.
Il fatto che la psicoanalisi resti freudiana, malgrado gli sforzi immani di creare una psicoanalisi non freudiana, deriva dal fatto che Freud ha inventato un setting “epocale”, che poi altre psicoterapie hanno ripreso. Il grande successo storico di questo setting è dovuto al fatto che esso dà forma ai valori fondamentali della modernità, e cioè: il carattere non prescrittivo della parola dello specialista; l'appello alla parola libera e alla sincerità; l'importanza data all'eros in senso sia stretto che lato, ovvero alla sessualità e alle relazioni del soggetto con gli altri. Molti aspetti della teoria freudiana possono oggi essere respinti, oppure, come faccio io, usati in modo metaforicamente ironico: il vero capolavoro di Freud è il tipo di macchina relazionale da lui inventata, che ha assunto il senso di un programma etico-politico. E che, malgrado i periodici annunci di morte della psicoanalisi, continua a funzionare. Freud chiamò transfert quest'efficacia, ma lo stesso transfert è un effetto di questo straordinario setting.
3) A suo parere cosa caratterizza la cosiddetta “psicoanalisi