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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
La psicoanalisi è la scienza dell'inconscio. Negli ultimi quarant'anni la teoria e la clinica si sono notevolmente modificate, nel senso che il loro impiego si è ampliato per quanto riguarda sia il tipo di disturbi trattati che i metodi terapeutici. In generale ritengo che, in antitesi con lo spirito dei tempi, la psicoanalisi dovrebbe difendere il progetto di una comprensione soggettiva che permetta all'individuo di cogliere il significato delle sue relazioni precoci insieme ai desideri che hanno preso forma al loro interno, così come delle identificazioni con i propri oggetti primari e i loro successivi sviluppi; che rappresenti insomma per l'individuo una possibilità per comprendere meglio se stesso e la propria condizione esistenziale e in questo modo liberarsi da quelle limitazioni moralmente conflittuali che lo rendono malato. Questa comprensione soggettiva può anche aiutare l'individuo ad accettare costellazioni autobiografiche non modificabili e legate a esperienze traumatiche, ma anche a saperle trasformare in maniera creativa per la propria autorealizzazione.
Oggi come un tempo la psicoanalisi deve però prendere sul serio l'ambizione di Freud di non essere solo un metodo terapeutico ma anche un metodo che, in collaborazione con altre discipline, possa aiutare a una migliore comprensione dei fenomeni culturali e delle catastrofi sociali. Per molto tempo la psicoanalisi ha trascurato la teoria del trauma. Solo a partire dagli anni 1970 questa posizione si è modificata in seguito agli effetti dell'Olocausto e della Seconda guerra mondiale, due eventi che ci hanno fatto riconoscere che le catastrofi politiche e sociali possono scuotere con tale forza una società da costringerla a confrontarsi con i loro effetti traumatici anche nelle generazioni successive. La psicoanalisi può aiutarci a spiegare simili catastrofi chiarendo la dinamica delle difese che vengono attivat