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Sono profondamente onorato e grato per essere stato invitato a rispondere a queste domande, e apprezzo la richiesta che le risposte debbano essere concise. Mi aiuta anche a non essere troppo discorsivo, un tratto del mio carattere che non è migliorato con l'età. Scelgo di rispondere solo ad alcune domande.
1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
La diade paziente-analista è una relazione personale con aspetti professionali, non una relazione professionale con aspetti personali.
L'idea di una separazione tra una relazione “reale” e una relazione “transferale” ha cessato di essere utile.
La presenza di traumi evolutivi e di sequele dissociative si ripercuote sulla struttura mentale in tutto lo sviluppo umano, e in una certa misura, in modo dissociato, produce modalità relazionali ripetitive e disadattive che costituiscono un canale comunicativo separato che viene intrinsecamente “agito” (enacted). Ciò include quello che avviene tra paziente e analista. Il fenomeno dell'enactment come comunicazione inconscia quindi, fino a prova contraria, è più robusto e continuativo di quanto si pensasse precedentemente quando il transfert e il controtransfert venivano concepiti come scollegati tra loro.
La cura e la crescita avvengono come processo unitario. E nel suo più ampio e duraturo contesto relazionale questo processo “è” il risultato e non qualcosa che porta al risultato.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
Non parlerò degli autori che sono o non sono ancora in vita, ma citerò alcuni che credo abbiamo dato i più importanti contributi alla svolta post-freudiana