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La psicoterapia moderna è nata con Freud. È un'affermazione scontata la mia, ma spesso non se ne tiene abbastanza conto fra i suoi eredi, alcuni dei quali si sentono, a ragione o a torto, i soli legittimi o quelli comunque più legittimi di altri. Anche se a loro volta sono poi divisi in correnti di pensiero in certi casi paurosamente divergenti, accomunati però dalla capacità di evitare i contatti (le contaminazioni) con i risultati del lavoro portati avanti dai figli o dai nipoti da loro considerati illegittimi. Come è tristemente evidente dalla chiusura ermetica dei loro congressi, delle loro riviste e delle loro bibliografie al nuovo che avanza e alle esperienze in particolare di quelli che - a me piace pensarlo, ovviamente, ma credo anche di non essere lontano dal vero - più avrebbero avuto la possibilità di interessare il grande comune progenitore: gli psicoterapeuti di orientamento sistemico e relazionale.
Si dimentica spesso che nascono tutti, questi psicoterapeuti, direttamente da alcune applicazioni fra le più feconde dei metodi psicoanalitici. Negli Stati Uniti, dove Harry Stack Sullivan a Chestnut Lodge lavorava con analisti del calibro di Frieda Fromm-Reichmann e Harold Searles, studiando come le manifestazioni transferali dei pazienti psicotici possono essere riconosciute e studiate a livello di tutte le figure importanti della loro vita di relazione, e dove uno dei fondatori della psicoterapia della famiglia, Don D. Jackson, ricevette le basi della sua formazione; in Europa, dove furono Bleuler e Jung a insegnare Freud e la psicoanalisi a terapeuti del calibro di Madame de Sechehaye o di Gaetano Benedetti, e attraverso di loro a Pier Francesco Galli e alla vera pioniera della terapia famigliare in Europa, Mara Selvini Palazzoli.