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È importante distinguere tra quella che Harry Guntrip (1971) una volta chiamò scienza psicodinamica, e la psicoanalisi che esiste negli istituti psicoanalitici. Mentre mi sento ottimista ed entusiasta della prima, sono pessimista e scoraggiato riguardo alla seconda. La ragione del mio pessimismo è che la maggior parte degli istituti psicoanalitici rimane incentrata sul proprio brand, cioè continua a insegnare solo gli autori di riferimento della rispettiva scuola psicoanalitica. Con poche eccezioni, gli istituti non sono interessati a sviluppare un dialogo con altre scuole di pensiero e nel cercare di trovare un terreno comune basato su un'integrazione concettuale e scientifica. Naturalmente un dialogo produttivo e un movimento verso l'integrazione richiederebbero curiosità e desiderio di conoscenza, con cui gli istituti psicoanalitici si aprirebbero alla nuova scienza che proviene da molteplici campi che sono direttamente rilevanti per la psicoanalisi. Molti istituti psicoanalitici invece rimangono sistemi chiusi incentrati sull'insegnamento delle opere degli autori prediletti e sull'apprendere una serie di tecniche terapeutiche associate ai membri rinomati della loro cerchia preferita. Non sentono alcun bisogno di uscire dalle loro scuole di pensiero e incorporare altri approcci coerenti con la nuova scienza (vedi anche Kernberg, 2000, 2012).
Mentre c'è molto da imparare da diverse scuole e dalla saggezza clinica che hanno accumulato, vi è anche qualcosa da imparare sui meccanismi di cambiamento identificati dalla ricerca in psicoterapia. A prescindere da quanto sia in voga una particolare tecnica, abbiamo bisogno di sapere come e perché funziona e con chi. Vi è un crescente sforzo da parte di un gruppo internazionale di ricercatori in psicoanalisi che non guardano solo agli studi sul risultato che paragonano la terapia psicodinamica ad altre terapie, ma che capiscono che la vera sfida è comprendere i fattori curativi che rendono la psicoterapia efficace con divers