You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Il mio coinvolgimento con la comunità psicoanalitica è iniziato come effetto della mia analisi personale, che mi è servita in diversi modi. Ne menziono uno. Ho lavorato nove anni come psichiatra in un ospedale universitario dove insegnavo agli specializzandi in psichiatria e agli studenti di medicina. Allora però non facevo ricerche né scrivevo articoli scientifici. Mano a mano che progrediva il mio training psicoanalitico, diminuiva il mio tempo in ospedale e aumentava quello della pratica privata, e più passavo il mio tempo con i pazienti, poco assorbito dalla burocrazia accademica, lo scrittore che era in me si è come liberato. Lasciata l'università, ho potuto scrivere, curare libri e pubblicare, e continuo a farlo, traendone una grande soddisfazione. Per me, questo testimonia il potere della psicoanalisi nell'aiutare a trovare il proprio Sé autentico, un aspetto del nostro lavoro che trovo avvincente.
3) A suo parere cosa caratterizza la cosiddetta “psicoanalisi contemporanea”, e quando si può dire abbia avuto inizio?
Io vedo la psicoanalisi contemporanea come un incontro clinico in cui l'analista (che non è uno schermo opaco) riconosce il proprio ruolo di partecipante attivo nella relazione col paziente. L'origine di questo atteggiamento analitico deriva dall'innovativo lavoro di Ferenczi (1932a, 1932b). Va notato che Ferenczi era “un analista dell'analista”, cioè gli venivano inviati casi difficili che non miglioravano nelle terapie fatte da altri. Tra i suoi contributi alla psicoanalisi contemporanea, almeno come viene praticata nelle tradizioni interpersonale e relazionale, possiamo menzionare una maggiore focalizzazione sulla relazione terapeutica, una esplorazione dei significati della mancanza di simmetria nel setting analitico, l'utilizzo della self-disclosure, cioè la possibilità che il terapeuta riveli aspetti di se stesso, e una concezione più ampia del contro