You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Dopo la teoria dell'inconscio, l'aspetto più rilevante del pensiero di Freud è stato, a mio avviso, il tentativo di fondare, con la teoria pulsionale, una seria prospettiva di indagine scientifica sui fondamenti dei processi motivazionali umani. Ritengo che la crisi della teoria pulsionale, non quella della teoria dell'inconscio, sia la principale ragione della “marginalizzazione” della psicoanalisi a cui fa riferimento l'ultima domanda fra quelle fornite come traccia per i contributi a questo numero speciale.
Prima che Freud teorizzasse l'istinto di vita e l'istinto di morte, i conflitti possibili fra le corrispondenti pulsioni, e i meccanismi di difesa necessari per gestire la sofferenza inerente a tali conflitti, nella psicologia e nella psichiatria dinamica nascente (Ellenberger, 1970) non vi erano basi concettuali fruibili per esplorare nella pratica clinica la complessità e la profondità dei motivi dell'agire umano. Vi erano invece teorie alternative adatte a concettualizzare l'attività mentale inconscia, e in primis quella di Pierre Janet (1898-1926 [2016]), la cui vitalità e fruibilità clinica - pur sepolta a lungo sotto le ceneri dell'eruzione vulcanica cui Ellenberger assimilò il trionfo della teoria freudiana - è oggi rivelata dalla diffusione degli studi empirici e delle riflessioni sull'inconscio non rimosso e sull'inconscio cognitivo. Erano invece assenti basi concettuali davvero alternative alla teoria pulsionale di Freud, da cui il clinico potesse partire per esplorare le motivazioni umane. La teoria dei sistemi d'azione proposta da Janet era poco intelligibile, e quella comportamentista insufficiente a indagare le motivazioni umane (sessualità infantile, aggressività distruttiva, relazioni d'oggetto complesse) non facilmente riconducibili a processi di condizionamento. In altre parole, chiunque fosse interessato