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Mentre Psicoterapia e Scienze Umane arriva al suo cinquantesimo anno, la psicoanalisi è già entrata nel suo secondo secolo di vita. Questo è il momento giusto per riflettere su dove è ora la disciplina, quali cambiamenti critici sono avvenuti, e cosa ci riserva il futuro.
Un importante punto di svolta nella storia della psicoanalisi è stata nel 1938 la morte di Freud - poco meno di trent'anni prima della nascita di questa rivista e sull'orlo della Seconda guerra mondiale - che ha portato a un cambiamento radicale della cultura e della visione del mondo all'interno della quale la psicoanalisi era nata e cresciuta. Quando Freud era ancora vivo, la psicoanalisi aveva il suo fulcro a Vienna, e la sua definizione e i suoi confini erano chiari; erano dovunque Freud diceva si trovassero. Alla fine della sua vita questo consenso stava iniziando a vacillare, ad esempio le questioni dell'istinto di morte e dell'analisi laica portarono a discussioni in cui molti analisti avevano posizioni diverse da Freud senza essere espulsi dalla professione. Ma la morte di Freud, assieme alla diaspora degli analisti europei, portò a importanti cambiamenti. Si formarono molte scuole in competizione, che di solito si autoproclamavano eredi di Freud. Spesso generavano nuove idee feconde ma c'era un'inquietante mancanza di dialogo tra loro. Non era chiaro se il campo si sarebbe scisso in molti frammenti, se una o più scuole avrebbero avuto il sopravvento, o se si sarebbe arrivati a una nuova sintesi. Vi erano anche differenze nella tecnica terapeutica - una tendenza verso uno stile più caldo, “naturale” ed empatico versus un atteggiamento più formale e austero - ed entrambe queste tendenze proclamavano di derivare da Freud. Vi erano differenze nella teoria - concetti metapsicologici astratti versus formulazioni radicate nella clinica.