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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Per me, la psicoanalisi è anzitutto una disciplina specifica, sui generis, sulla quale gli analisti hanno molto dibattuto per sapere come definirla, quali sono i suoi elementi più importanti, etc. È una disciplina e una pratica che per definizione va contro-corrente e contro-tempo poiché essa ha per primo compito quello di scomporre, di analizzare, invece o prima di fare proposte positive. Essa non è mai “di casa”; il suo spazio e il suo tempo si devono rifondare ogni volta che si vuole ricorrere alle sue capacità sia esplorative che terapeutiche. È sempre chiamata a spiegarsi davanti al tribunale delle scienze positive, il quale non dispone dei criteri idonei per esaminare il suo caso particolare. Il suo è uno statuto che non la situa fuori del campo della ragione, ma che ha di particolare il fatto che il suo rapporto con la ragione stessa, e con la sua propria razionalità, è soggetto a un continuo spostamento, visto che l'oggetto della psicoanalisi è l'essere umano in quanto auto-teorizzante, auto-simbolizzante, auto-interpretante; un soggetto che quindi si ritrova sempre più in là di ogni tentata definizione.
Oggi, la psicoanalisi mi appare come uno degli ultimi rifugi per una parola “libera” che, paradossalmente, permette l'auto-riflessione capace di svelare i vincoli segreti (anche se non tutti) che operano dietro quell'apparente libertà.
Per parte mia credo che l'elemento più fondamentale della psicoanalisi per la maggior parte di quelli che la praticano è l'esperienza e la gestione del transfert. Esso è non soltanto un fatto clinico di maggiore rilievo, ma distingue specificamente la nostra arte tanto nell'attenzione a esso portata quanto nell'atteggiamento etico che il transfert richiede.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
Dopo quello di Freud, il lavoro che per me conta di più è quello di Jean L