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Mentre pensavo alle domande poste dalla redazione di Psicoterapia e Scienze Umane, mi sono trovato a pensare che a volte le domande sono più rivelatrici delle risposte. Per me queste domande rivelano qualcosa di veramente triste sullo stato della psicoanalisi. Mostrano una professione che è in qualche modo disancorata dal tempo. Sembra incerta del rapporto con il suo passato, incapace di muoversi con sicurezza nel futuro, e preoccupata in maniera ambivalente per entrambi.
Il complesso edipico ha ancora un significato? Cosa rimane della teoria freudiana del sogno? Quali concetti centrali hanno mantenuto la loro validità? Queste domande tradiscono una profonda incertezza sulle grandi teorie che costituirono le basi della psicoanalisi e a suo tempo la definirono. Di nuovo: quali sono le principali caratteristiche della cosiddetta “psicoanalisi contemporanea”? Qui l'appellativo “cosiddetta” e le virgolette già sembrano una delegittimazione, e ogni risposta già messa in dubbio.
Poi la domanda finale: come vede la crescente marginalizzazione della psicoanalisi? La risposta - o almeno una risposta - è nelle domande che la precedono. Una disciplina lacerata tra passato e futuro, e in guerra con se stessa riguardo a entrambi, non può essere vitale nel presente né rispondere efficacemente alle sue sfide. È ovvio che siamo marginalizzati, non può essere altrimenti. La cultura della psicoanalisi sembra diversa da quella di ogni altra disciplina scientifica o umanistica. Tutte le discipline crescono, evolvono e cambiano. Quello che non cresce muore. Eppure nella cultura psicoanalitica vi sono molti che sembrano vedere il cambiamento non come un passo avanti ma come un tradimento.
L'ho pensato io stesso. Ho fatto un'analisi molto classica. Quando incominciai a trattare pazienti, lavoravo come lavorava il mio analista perché quella