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Tra le dodici domande che mi vengono poste ne scelgo solo alcune, quelle in cui sento di avere qualcosa di significativo da dire.
1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
L'aspetto per me più importante della psicoanalisi è la teoria che vi sta dietro, che serve da utilissima cornice di riferimento per comprendere le emozioni, le motivazioni e i conflitti delle persone. Il motivo è che questa teoria comprende il livello inconscio, per cui è un modello più complesso, non così semplice come quello che ci viene offerto dagli approcci comportamentali o cognitivi. Come terapia, la psicoanalisi è utile soprattutto per le persone che funzionano a un livello “nevrotico”, le cui difficoltà principali consistono nella difficoltà ad avere relazioni intime soddisfacenti, mentre funzionano abbastanza bene in aree meno difficili (come il rapporto con colleghi di lavoro o amici). Con i pazienti più gravi, che hanno un livello di organizzazione mentale che si avvicina a quello che Kernberg ha chiamato “borderline”, la psicoanalisi rimane utile perché ci aiuta a comprendere la spesso insolita e ben nascosta natura dei loro conflitti (dato che sono meno capaci di riconoscerli e verbalizzarli). La teoria psicoanalitica ci permette di comprendere con maggiore facilità i livelli nascosti di funzionamento.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
Io ammiro gli studi di Mark Solms1 e dei suoi collaboratori sul sogno, e il loro tentativo di colmare il divario tra la comprensione soggettiva e quella oggettiva (basata sul funzionamento cerebrale) del processo onirico.