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Alcuni anni fa scrissi un articolo intitolato “Il training psicoanalitico dovrebbe essere un training per diventare uno psicoanalista?” (Wachtel, 1990). Quella domanda mi sembra un buon punto di partenza per rispondere alla serie di domande che è stata proposta per questo numero speciale dedicato al Cinquantesimo Anniversario di Psicoterapia e Scienze Umane. Per molti anni il mondo psicoanalitico ha valorizzato quelle applicazioni particolari della teoria psicoanalitica che sono state definite “psicoanalisi” e non quelle che sono state definite “psicoterapia”. Di fatto, se qui avessi detto “mera psicoterapia”, è probabile che molti lettori non avrebbero quasi notato un particolare giudizio di valore. La “psicoterapia” è stata vista come un compromesso da mettere in atto quando la “psicoanalisi” non è possibile - a causa di limiti di tempo, o di vincoli finanziari, o delle deficitarie funzioni dell'Io del paziente.
Questo non significa certamente che la psicoterapia sia svalutata. In tutto il mondo, una grande proporzione della pratica di coloro che sono stati formati in psicoanalisi è rappresentata dalla psicoterapia. Ma - per usare una metafora adatta ai lettori italiani - la psicoterapia viene vista come una buona FIAT che svolge bene il suo lavoro portando molti pazienti dove devono andare, però non è quella Ferrari o quella Maserati che sarebbe la psicoanalisi. In parte questa metafora è accurata, dato che la psicoanalisi è una costosa versione di lusso. Ma mi riferisco a un pregiudizio che ha posto dei limiti all'intera “progettazione automobilistica”.
Esprimendomi in modo meno metaforico, l'affermazione secondo la quale la “psicoanalisi” è l'apice di ciò che si può raggiungere usando la teoria psicoanalitica come base a mio parere ha limitato l'intero spettro delle applicazioni