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1) Quale aspetto della psicoanalisi la colpisce di più o su cui vorrebbe esprimere un commento?
Per me è particolarmente significativo, e gradito, il fatto che la vostra rivista si chiami Psicoterapia e Scienze Umane. Le scuole analitiche (e più tardi, tutto l'ambito “psi”) hanno introdotto durante il XX secolo tutta una nuova visione dell'uomo: sguardo interiore, che ha accompagnato sviluppi paralleli un po' in tutte le creazioni “alte” dell'uomo. Per esempio, la letteratura che conta si è rivolta alla dimensione interiore: Kafka, Proust, Joyce. Nel XXI secolo le discipline psicologiche “alte” sembrerebbero essere in ritirata. Diventiamo pratici e individualisti, quindi ci concentriamo sulla clinica privata? Comunque gli analisti si sentono spesso sotto attacco come poco scientifici. Tentano allora di presentarsi più che mai come rappresentanti delle scienze (intendendo scienze naturali, cioè scienze hard). Invece il loro maggior contributo - come già diceva Freud - almeno nel secolo passato è stato culturale. Facciamo scienza ma in un senso lato, quello delle scienze umane.
2) Vi è un autore che ritiene particolarmente importante oggi in psicoanalisi e, nel caso, per quali motivi?
Fra quelli che conosco, Erich Neumann: strappato al mondo da un cancro a 55 anni. È poco noto? Se Freud o Jung fossero morti a quell'età, molto probabilmente lo sarebbero anche loro. Quanto meno, avrebbero lasciato un'orma debole su questa terra. Senza esserne pienamente cosciente, con le sue idee e i suoi scritti Neumann si stava lasciando indietro il maestro, Jung (sto lavorando all'edizione italiana del loro carteggio): un po' come questi aveva fatto con Freud. La ricchezza dei suoi inediti è letteralmente smisurata.