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Scritto da uno degli esponenti della psichiatria accademica italiana, questo testo colma un vuoto nel panorama della letteratura sulla riforma psichiatrica, pur non volendo naturalmente porsi come un lavoro sistematico o “scientifico”: il sottotitolo - I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia - ne definisce in poche parole il campo di indagine.
Il libro si apre con una frase lapidaria - «Senza gli articoli dei giornali non avremmo chiuso i manicomi» (p. VII) - e prosegue illustrando l'opera portata avanti da giornalisti e intellettuali, ma anche da gruppi culturali, particolarmente attenti alla questione manicomiale. Tra i giornalisti sono menzionati ad esempio Indro Montanelli, Dacia Maraini e Natalia Aspesi, persone che nell'arco di un decennio, dal 1968 al 1978, si sono occupate a più riprese di quelli che l'allora Ministro della Sanità definiva senza mezzi termini dei lager. Dieci anni intensi che hanno portato a rivoluzionare il panorama dell'assistenza psichiatrica e a iniziare a demolire delle istituzioni che apparivano granitiche e inamovibili, dotate di una sorta di vita propria, e generalmente ritenute “necessarie” al buon vivere sociale e civile: quindi legittimate e autolegittimate. Ma ecco che, progressivamente, è data voce ai “matti”: le loro parole travalicano le mura dei manicomi, sono stampate sui giornali e i non addetti ai lavori, la gente comune, l'opinione pubblica iniziano a rendersi conto che, insieme a persone evidentemente sofferenti, nei manicomi sono rinchiusi anziani, disagiati, poveri, persone sole e abbandonate prive di reddito, alcolisti, soggetti sradicati dai loro contesti e “deviati” nel percorso della loro stessa esistenza per un insieme di cause interne ed esterne di cui è spesso impossibile recuperare le fila. Ma anche i soggetti mentalmente sofferenti appaiono “curati” in un modo singolare: contenzione, violenze, o incuria e lassismo, o ancora semplice internamento privo di ogni genere di interve