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Il problema sollevato da Lewis- Fernández et al. nell'editoriale a pp. 507–509 del n. 6/2016 del British Journal of Psychiatry su quali ricerche devono essere finanziate è un problema che riguarda gli Stati Uniti e forse qualche Paese europeo, ma non l'Italia. Da noi non esistono, infatti, delle agenzie nazionali che distribuiscono fondi per la ricerca medica, come il National Institute of Mental Health (NIMH), o fondi per quella generale, come il National Institute of Health (NIH). I fondi per la ricerca di base, distribuite dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR), sono virtualmente inesistenti, mentre quelli per la ricerca medica applicata sono legati agli Istituzioni di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), quindi a realtà molto settoriali. Il problema della competizione diretta tra neuroscienze di base e ricerca applicata in Italia non si pone.
Dagli esempi che si ricavano dal testo di Lewis-Fernadez et al. i problemi “applicativi” che gli autori vorrebbero che fossero finanziati non sono in realtà psichiatrici (in senso medico), ma piuttosto di tipo sociale. Un esempio: «Una parte sostanziale dei disturbi mentali dei bambini e lo scarso rendimento scolastico potrebbero essere migliorati insegnando abilità ai genitori e diversi stili di vita quotidiana. La ricerca sulla prevenzione dovrebbe anche identificare strategie per diminuire gli effetti delle cause sociali e ambientali che scatenano la malattia mentale» (p. 508 ediz. orig., p. 122 trad. it.). Si tratta di problemi che in Italia sono affrontati dal Sistema Sanitario Nazionale, che manca negli Stati Uniti.
Gli autori inoltre hanno una visione molto “americana” della malattia. La malattia per la maggior parte degli americani è essenzialmente colpa del malato stesso. Il malato ha trascurato i dettami di una vita sana e quindi è “punito” con un ictus o un tumore. Il discorso che fanno gli autori sulle malattie cardiovascolari è un chiaro indice di questa visione. L'inter