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Marta Angellini propone alla nostra riflessione la “contaminazione” da lei operata tra psicomotricità e psicoterapia nel trattamento della piccola Matilde, tecniche di cui riconosce «differenze e affinità» (p. 134). Vorrei evidenziare il riferimento teorico di Peter Fonagy e Mary Target come espresso in particolare in Attaccamento e funzione riflessiva (Milano: Raffaello Cortina, ), che la conduzione del caso mi ha richiamato, in particolare riguardo all'uso dell'interpretazione.
A due anni e mezzo Matilde appare alla sua psicomotricista come una bambina triste, con investimento corporeo insufficiente e inibizione. Questi aspetti sono segnalati pure dalla psicoterapeuta che segue i genitori, che evidenzia anche un iperinvestimento cognitivo e un linguaggio ben sviluppato. Le educatrici del nido riscontrano isolamento, specialmente rispetto ai bambini, di cui ha paura, tendenza a distogliere lo sguardo, disorientamento; sospettano la presenza di allucinazioni uditive e visive. Circola l'ipotesi di un funzionamento autistico o di una psicosi.
Nella prima seduta la bambina presenta attraverso Spotty la sua fragilità, ma apre alla possibilità di una cura. Il suo bisogno di rispecchiamento troverà nel seguito un supporto concreto nell'uso dello specchio nella stanza della psicomotricità, che Matilde è in grado di proporre attivamente alla sua terapeuta, dando modo a quest'ultima di rimandarle, fra l'altro, le emozioni negative, come la rabbia, espresse attraverso la mimica. E, in seguito, la bambina può riferire le sue “allucinazioni”, che ora diventano fantasie accompagnate da emozioni.
Tutto questo mi induce a pensare che in Matilde la funzione riflessiva, che sappiamo emergere normalmente nel secondo e terzo anno di vita, sia già presente.
Sappiamo come si è svolto il lavoro psicomotorio: «Il terapeuta tende a rispondere al gioco del bambino con un gioco, instaurando un dialogo non di parole ma di gesti» (p. 136). La terapeuta, capace di cogliere la delicatezza della bamb