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«(…) fare anima cos'è? Le chiedevo allora, ora
lo so cos'è, è tante cose, anche camminare
tra oriente e occidente, un po' facendo uso
di gioia e un po' di dolore, un po' di gambe
e un po' di pensiero, un poco guardando alla terra
e un poco al cielo» (Vivian Lamarque,
Caro Dottore. In: Madre d'inverno.
Milano: Mondadori, , p. 109)
«Io ero morta, ma tu sei l'unica ad accorgerti che forse non lo ero» (n. 1/2017, p. 138), dice a un certo punto Matilde alla sua terapeuta, poco prima di trasformarsi in un'acrobata capace di «salti e pericolosi equilibrismi» (p. 139).
Leggendo e ascoltando con curiosa attenzione la storia narrata, ho sentito “l'ascesa” alla spalliera come uno dei passaggi cruciali della terapia. In uno spazio paradossalmente ristretto e precario, la stessa bambina che cadeva da seduta e che sostava pietrificata di fronte all'altro sembra sperimentare nel gioco dell'acrobata una stabilità che fa sentire vivi e che sancisce la sua “rinascita” in un corpo nuovo, fatto di una pelle più spessa, capace di stabilire barriere e filtrare scambi (Giuliana Pelli Grandini, La statuina di Meissen e il mandala. Storia di una terapia psicomotoria. Bellinzona: Casagrande, ; Torino: Bollati Boringhieri, ).