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I commenti dei colleghi, i loro sguardi sul caso di Matilde e sul mio lavoro hanno come dato vita a un gioco di specchi dove mi sono ritrovata a scoprire nuove prospettive. È come se il processo di rispecchiamento avvenuto con Matilde avesse varcato i confini della stanza e anch'io con lei fossi divenuta oggetto di uno sguardo che riconosce e in cui potersi riconoscere. Tutti, anche se in maniera diversa, mi hanno aiutato a riflettere in primis sulla mia identità professionale, che si destreggia tra due ambiti formativi e di intervento, e in secondo luogo sul caso clinico.
Nelle parole di Monica Ceccarelli (n. 1/2017, pp. 143-145) colgo lo sguardo empatico di chi ha sostenuto il mio lavoro in supervisione: nel suo intervento trovo una possibile definizione del mio modello di intervento, “psicomotricità a orientamento analitico” o “psicoterapia psicomotoria”. Dare un nome implica definire meglio un'identità ed è come se attraverso il lavoro fatto con lei anch'io avessi esperito il processo di soggettivazione vissuto da Matilde. Ceccarelli evidenzia come possibile ambito di intervento quei casi dove “traumi precoci” possono aver provocato un cortocircuito in quel processo di significazione che coinvolge la diade madre-bambino e che implica un'evoluzione di «affetti inizialmente esperiti come sensazioni corporee in esperienze integrate del Sé e in stati soggettivi comunicabili attraverso la parola» (n. 1/2017, p. 143). L'utilizzo di un setting psicomotorio ha favorito l'espressione delle esperienze relazionali precoci, corporee e sensoriali, per fare della comunicazione attraverso la parola un punto di arrivo sostenuto dal mio nuovo setting mentale analitico. Marta Tettamanti, riferendosi a tale processo terapeutico, con grande chiarezza scrive nel suo commento come «sia necessario dare corpo al pensiero, riscrivere cioè sul corpo sensazioni (…) sconosciute, prima di poter dare pensiero alle azioni» (n. 2/2017, p. 311).
Molto stimolante a tale riguardo è la domanda posta