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Scritto con il tipico stile chiaro, diretto e (apparentemente) semplice dell'Autore, il libro si apre con la seguente frase: «Periodicamente cerco di capire chi sono diventato, e chi sto diventando, come psicoanalista: lo faccio scrivendo proprio di questo processo al meglio che posso» (p. 9). L'incontro di Ogden con la psicoanalisi è richiamato numerose volte nel corso delle pagine del libro, fin dai tempi in cui era bambino e sua madre era in analisi. Poi la lettura de L'interpretazione dei sogni, seguita dallo studio di un testo di Balint, e l'iscrizione a Medicina - esperienza dalla quale ha soprattutto tratto l'insegnamento di assumere in pieno la responsabilità del paziente - hanno aperto il campo allo sviluppo dei molteplici interessi clinici e teorici intorno a cui si è mossa l'intera vita professionale dell'Autore. In effetti, egli si è occupato di un'impressionate varietà di tematiche (per fare solo alcuni esempi: ha lavorato sul primo incontro e sulla supervisione, sull'identificazione proiettiva e sulla posizione contiguo-autistica), come emerge molto bene nell'ultimo capitolo, “Una conversazione con Thomas H. Ogden”, un dialogo condotto dallo psicoanalista di San Francisco Luca Di Donna. La ricchezza degli interessi di Ogden deriva anche dai suoi numerosi maestri clinici e punti di riferimento teorici, frequentemente richiamati nel corso di questo libro: oltre a Freud e Klein, emergono le figure di Fairbairn, Winnicott, Bion, Loewald e Searles. Ma Ogden ha tratto linfa vitale anche da altre fonti, come la scrittura di romanzi e l'insegnamento della psicoanalisi, fino ad arrivare a tessere un dialogo ininterrotto con i suoi pazienti - «Sono cresciuto e invecchiato insieme ai miei pazienti e ai miei studenti» (p. 23) - e questo libro è una dimostrazione di ciò che si può distillare da decenni di pratica clinica e riflessione teorica, arricchite dalla scrittura creativa e dall'incessante confronto con i propri maestri.
Il testo è composto da sette capitoli