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Ho avuto in terapia due alpinisti e ho notato come entrambi avessero una chiara percezione della difficoltà delle loro imprese e vi si preparassero con la giusta attenzione, ma che contemporaneamente dessero per scontato il rischio e, a partire da un atteggiamento di superiorità, un poco lo sottovalutassero. Certo, per scalare una parete di ghiaccio e anche divertirsi, occorre essere temerari; tuttavia non per entrambi, ma sicuramente per uno di loro, mi sembrava essere in gioco una difesa a carattere maniacale che giungeva a negare l'eventualità della morte.
Sappiamo quanto sia problematico definire un avvenimento come traumatico. Non vi sono criteri oggettivi, ciò che è devastante per uno non lo è per l'altro e viceversa. Occorre allora fare riferimento alla reazione del soggetto, e dunque il trauma si definisce come tale solo a posteriori. La terapia consiste nella rielaborazione dell'accaduto e della devastazione sul piano affettivo e cognitivo che ne è seguìta, così che l'avvenimento non si situi nella psiche come un corpo estraneo e vi permanga immutato perché sottratto all'insieme delle rappresentazioni.
Venendo al caso in discussione quello che ci colpisce è la caduta. Giulio, senza nulla sapere di ciò che stava accadendo al compagno di cordata, si è sentito improvvisamente strappato dalla parete che stava scalando ed è precipitato giù. Una scivolata, un volo, di ben 200 metri; e l'inevitabile, giù in basso, schianto finale. Per noi il trauma sta in tutta evidenza in questo terribile spavento e nell'impatto del corpo sulla neve che poteva essere mortale. Il paziente vorrebbe parlare di quanto gli è successo ed è proprio quello che deve fare affinché il tutto non rimanga come un dato bruto che continua nei suoi effetti di spaesamento; ma non sa andare oltre la “botta” e oltre la domanda di come sia potuto accadere, e dall'altra parte trova delle risposte ma non trova gli interlocutori che cerca. Per tutti infatti, così come per il paziente, il tema da trattare