You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Un «giovane analista» (p. ix) rivolge, anche a nome dei colleghi, una serie di domande a un «grande analista» e «maestro riconosciuto» (p. ix) che si autodefinisce «irriverente». I due, per usare una parola che ricorre di frequente nel libro, “cocostruiscono” un dialogo. Questo, che può ricordare nella forma quelli platonici, si articola in dieci “giornate”, corrispondenti ai 10 capitoli del libro, nelle quali via via si discorre dell'identità dell'analista, delle regole cui egli e il paziente debbono obbedire, delle fasi del percorso analitico, della teoria di Bion, dello sviluppo di tale teoria da parte del maestro riconosciuto, del metodo di lavoro legato a tale sviluppo, del sogno, di alcune figure del dopo Freud ritenute particolarmente significative.
Il sottotitolo recita: Guida per analisti e pazienti curiosi. L'aggettivo “curiosi” sembra riferirsi soprattutto ai pazienti per il fatto che il libro vuole anche fornire loro la possibilità di sbirciare dietro le quinte del lavoro dell'analista e di orientarsi in una eventuale scelta. Il giovane analista non è invece semplicemente curioso; manifesta un desiderio, suo e di quanti rappresenta, le cui espressioni costituiscono l'ossatura del libro e attraversano i suoi 10 capitoli conferendo loro unità e coerenza.
Come il giovane analista stesso chiarisce nella sua introduzione (pp. vii-xiii), si tratta di un desiderio dal cui appagamento egli fa dipendere la definizione della propria identità e la possibilità di avere fiducia nel proprio lavoro. Si attende infatti risposte che soddisfino due esigenze: quella di essere guidato nel lavoro che inizia, e quella che gli venga restituita una fiducia nella psicoanalisi resa precaria dalla tendenza a vederla come «un passatempo intellettuale» (p. vii) e dalla valorizzazione di «approcci più alla moda» (p. viii), ma soprattutto dal fatto che «molti analisti hanno preferito rischiare di ingessarla piuttosto che lasciarla evolvere» (p. viii).
Le domande che sollecitano il primo