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Il primo articolo di questo numero descrive il progetto lanciato dal Sistema Sanitario Nazionale inglese denominato Improving Access to Psychological Therapies (IAPT), volto cioè a “migliorare l'accesso alle terapie psicologiche” da parte della popolazione. Abbiamo deciso di presentarlo in dettaglio sulla rivista perché lo riteniamo importante da vari punti di vista.
Vi sono ormai chiare evidenze empiriche dell'efficacia della psicoterapia per svariati disturbi psicologici, soprattutto depressivi e d'ansia, al punto che in molti casi la psicoterapia risulta più efficace dei farmaci (la nostra rivista si è occupata a più riprese di questo problema, tra i tanti contributi si veda la meta-analisi di Shedler nel n. 1/2010, il documento dell'American Psychological Association nel n. 3/2013 e così via). È stato dimostrato che i pazienti trattati con la psicoterapia non solo presentano meno ricadute, ma i miglioramenti possono aumentare nel tempo, anche anni dopo il termine del trattamento, come se si fosse attivato un processo psicologico che cresce autonomamente; va inoltre considerato - e anche questo è un dato che emerge dalle ricerche -che spesso i pazienti preferiscono la psicoterapia ai farmaci, per cui i farmaci sono un trattamento a loro sgradito, fattore questo che non può non avere ricadute negative sulla cosiddetta compliance, cui gli psichiatri tengono tanto.
Eppure, con uno sconcertante paradosso che è davanti agli occhi di tutti, per i disturbi depressivi e d'ansia gli psichiatri continuano a prescrivere prevalentemente farmaci, compiendo quella che può essere definita, a tutti gli effetti, una malpractice di massa che sarebbe inconcepibile in altre specialità mediche. Gli psichiatri, a causa della formazione che hanno ricevuto, raramente suggeriscono una psicoterapia ai pazienti che ne avrebbero bisogno, limitandosi a prescrivere l'antidepressivo o l'ansiolitico - peraltro in una visita spesso di breve durata, con limitato ascolto e poca attenzione al signifi