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La mia esperienza non è di psicoterapeuta, ma da un lato di antropologo e dall'altro di lavoro nel movimento operaio. Vorrei parlare, anche ricollegandomi ai discorsi degli ultimi due oratori, sulla necessità che la rottura e la sostituzione dei vecchi tabù e dei vecchi stereotipi non porti alla creazione di tabù altrettanto ingiustificati, anche se nuovi. Mi pare cioè che la lotta contro gli stereotipi conservatori in psicoterapia - sia che essi derivino dalla struttura sociale, sia dal ruolo che ha la psicoterapia nella nostra società, sia dalla organizzazione specifica degli psicoterapeuti - non debba dar luogo a stereotipi rovesciati, come in parte sta succedendo oggi: la negazione di un vecchio stereotipo avviene proponendo il capovolgimento dello stereotipo e si creano perciò in qualche modo degli stereotipi cosiddetti “di sinistra” che in realtà non sono scientificamente corretti e perciò non utili alla classe operaia, e tanto meno alla rivoluzione. Siamo cioè, ancora, in una fase di demolizione di stereotipi e di tabù, con tutto il fascino che la contestazione e la demolizione di vecchi tabù ha, senza tuttavia il sufficiente lavoro di creazione di nuove interpretazioni. E il pericolo è nella formazione di frange in larga misura neoirrazionaliste. Dover scegliere se siamo per la classe operaia o per la psicoanalisi è senz'altro un'alternativa che non ha un senso reale. Il problema reale è se la psicoanalisi o qualsiasi altra dottrina psicologica fornisce dei modelli interpretativi