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Il primo contatto telefonico con il paziente condensa e mette in campo elementi della storia personale, affetti, emozioni e difese oltre al transfert d'attesa. Già al telefono Giulio fa sentire al terapeuta tutta l'angoscia che egli stesso non è in grado di contenere e di cui altri, madre e medico curante in primis, si fanno carico invitandolo a una consultazione. Ciò in contrapposizione all'apparente tranquillità: «È una voce giovane e tranquilla» (n. 3/2017, p. 457). Il terapeuta coglie immediatamente qualcosa di urgente e improcrastinabile che lo porta a chiedere al telefono spiegazioni su quanto gli viene detto. Mi chiedo se non sarebbe bastato un appuntamento, magari a breve, per accogliere l'urgenza piuttosto che iniziare la consultazione telefonicamente. Inoltre, se il terapeuta fosse riuscito a contenere la propria angoscia di non sapere e non capire, avrebbe potuto suggerire a Giulio una differente via integrativa, diversa da quella di scaricare e disfarsi contemporaneamente dell'angoscia di sapere della morte del compagno di cordata scissa da quella del non saperlo. Giustamente il terapeuta parla di “comunicazione” (n. 3/2017, p. 457), cogliendo la dissociazione tra la «voce giovane e tranquilla» e l'urgenza carica di pathos e angoscia.
Già dalle prime battute si potrebbe cogliere un nucleo che verrà successivamente esplorato: l'accondiscendenza, da parte di Giulio, al desiderio (vero o presunto) della madre. Questo può farci pensare a un legame, a un cordone ombelicale non ancora staccato, a una fune che si può rompere o che può trascinare giù il compagno di cordata… In altre parole, a una difficoltà all'individuazione e separazione? Sicuramente il terapeuta ha stabilito subito un contatto forte con Giulio accogliendone la richiesta pressante e ponendo al suo servizio la capacità della propria mente di contenerne l'angoscia. In una risonanza di ruolo, per dirla con Joseph Sandler (Controtransfert e risonanza di ruolo [1976]. In: Albarella C. & Donadio M.,