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Il libro fa seguito a Déjà vu. Tracce di etnopsichiatria critica, pubblicato dagli stessi Autori nel 2010 e segnalato da Caterina Quarello a pp. 592-593 del n. 4/2011 di Psicoterapia e Scienze Umane. L'impostazione è la medesima: Salvatore Inglese e Giuseppe Cardamone coordinano i contenuti in quanto curatori, ma fanno anche la parte del leone nella firma dei testi. Non è di secondo piano, tuttavia, il contributo di diversi «coautori e colleghi di laboratorio» (dalla seconda di copertina), alcuni riuniti in Harrag (Gruppo di ricerca per la Salute Mentale Multiculturale). Già presenti nel precedente Déjà vu ricordiamo Chiara Matteini, Michela Da Prato, Sergio Zorzetto. A essi si sono aggiunti nuovi apporti, come quello dell'antropologo e linguista Filippo Casadei. Il corposo volume, presentato da Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, riflette puntualmente l'esperienza clinica degli Autori nei Servizi di Salute Mentale e comprende lavori in prevalenza già pubblicati negli ultimi anni, ma anche qualche inedito. Delle cinque sezioni in cui il libro si articola, la prima, “Matrici”, offre una panoramica sullo stato dell'arte di quel gruppo di discipline “psi” in tumultuoso e spesso disordinato sviluppo che vanno sotto il nome di: etnopsichiatria, psichiatria transculturale, etnopsicologia, fino ad arrivare alla psicopatologia geoclinica, «ispirata dall'impatto che la storia geopolitica del mondo esercita sulla sofferenza degli individui e dei popoli (p. 25). Ovviamente, tale visione mette in crisi il tradizionale e ormai irrigidito sapere nosografico della psichiatria occidentale, e non solo, per l'affacciarsi di patologie finora sconosciute. È il rapporto stesso fra l'esperienza individuale e la cultura, la «comunità di umani» coi suoi prodotti, «visioni, teorie, lingue, organizzazioni, istituzioni, norme e prescrizioni, vincoli e repertori di possibilità» (p. 70) a dover comparire in primo piano. Così, «l'utilizzo dei test psico-diagnostici non è più un modo per iniziare a c