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Lavorare nell'incertezza: così si potrebbe sottotitolare il caso Giulio. Un'incertezza relativa alla possibilità che la terapia inizi, proceda e possa affrontare gli aspetti più significativi della vicenda traumatica vissuta dal paziente. In effetti nel resoconto del secondo incontro troviamo un'affermazione di particolare rilevanza: «Mi chiedo, mi sono chiesto se ho delle responsabilità, la mia risposta è netta: no» (n. 3/, p. 461). C'è in essa qualcosa di conclusivo, un'indisponibilità ad accostarsi al contenuto più doloroso della sua condizione che pervade tutta la terapia e alimenta il dubbio di un'incombente conclusione anticipata. Sono stati gli altri, la madre, il medico curante, a spingerlo verso un trattamento di cui lui dichiara di non sentire il bisogno, allontanando quindi da sé la prospettiva di un rapporto interpersonale incentrato sulla parola. Peraltro i fatti presentano più di un passaggio all'insegna di una sostanziale ambiguità. In ospedale la madre non risponde alla sua richiesta di notizie sul compagno di cordata, anzi, lascia intendere che sia ancora vivo. Quando fa visita alla famiglia dell'amico morto ne incontra la sorella che però se ne va perché «non riesce ancora a parlarne» (n. 3/, p. 460). E deve fare i conti con un altro rifiuto quando cerca di parlare dell'incidente con uno dei due soccorritori: «sembrava in difficoltà, deviava il discorso…fuggiva…era stato lui che mi aveva avvolto nel telo…ma dell'incidente