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Gli interventi di tutti i colleghi, che evidenziano aspetti differenti ma orientati nella medesima direzione, hanno illuminato gli elementi relazionali, la realtà psichica del paziente e le dinamiche familiari, costruendo così, ex post, l'immagine di Giulio e del breve trattamento risoltosi in un intervento di crisi esaustiva e d'insegnamento. Li ringrazio tutti. È stata condivisa la diagnosi di Disturbo post-traumatico da stress (PTSD), con i sintomi classici: il risperimentare minuziosamente il racconto dell'evento drammatico; l'obnubilamento/evitamento, ben rappresentato dalle espressioni di Giulio «l'ho scartato» e «sono entrato pian piano nello stordimento» (n. 3/2017, p. 459) e in ultimo, contrariamente all'iperattivazione attesa, un ulteriore blocco negli studi e nei progetti di vita già ampiamente procrastinati. Giampaolo Lai ha messo ben in risalto la presenza di quest'ultimo aspetto, collegato strettamente alla vergogna e al giudizio negativo atteso dagli altri, oltre al mancato ricordo degli eventi provocato da amnesia dissociativa (n. 3/2017, pp. 470-471). Lai si interroga inoltre sulla necessità o meno di un rapporto terapeutico vis à vis, contrariamente all'uso del lettino o della poltrona reclinabile (n. 3/2017, p. 472). La mia è stata una scelta consapevole dettata dall'osservare quanto Giulio fosse in grande difficoltà nel reggere lo sguardo e quanto ciò lo inibisse nell'esprimersi. Il confronto diretto era vissuto dal paziente come giudicante, contrariamente alla libertà d'espressione che il setting utilizzato ha concesso a entrambi. Guido Medri (n. 3/2017, pp. 473-474), nel suo commento, ci mostra clinicamente il funzionamento del diniego nella terapia e l'uso che il paziente può farne per interrompere, terminare o fuggire dal trattamento. Nella sua esperienza clinica, come nella mia, non vi sono possibilità di fermare un paziente di fronte a giustificazioni che si basano sulla realtà oggettiva. Il rispetto e la condivisione della loro scelta di a