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Nel 1996, per la collana “L'osservazione psicoanalitica” della Bollati-Boringhieri curata da Pier Francesco Galli, usciva un volumetto monografico dal titolo La vergogna, con prefazione dello stesso Galli, che raccoglieva alcuni scritti di Leon Wurmser e di Sidney Levin dedicati a questo tema: evento raro dal momento che in quegli anni la letteratura in materia era ancora esigua e in Italia pressoché inesistente. Peccato quindi che sia sfuggito all'attenzione di Iannuzzi, il quale peraltro in poco più di cento agili pagine (di cui 5 di bibliografia) ricostruisce e discute mirabilmente il percorso della vergogna, così come è stata trattata dagli psicologi, dagli psichiatri e, soprattutto, dagli psicoanalisti. Emozione negletta e scomoda, riconosciuta nella sua importanza primaria da Darwin ma studiata e rivalutata solo a partire dagli anni 1970 a sèguito soprattutto dell'opera di Kohut, la vergogna inizia il cammino del suo riscatto sino all'odierno riconoscimento del suo ruolo centrale nella vita di tutti noi e nella psicologia clinica. Darwin è stato il primo che, legittimando le emozioni, ha concesso anche alla vergogna di guadagnarsi un posto in prima fila fra le altre. Non si può fare a meno di chiedersi il perché di tanta trascuratezza e ritardo, che l'Autore ascrive alla «difficoltà formale a circoscrivere questa emozione e tradurla in parole» (p. 7), nonché al coinvolgimento personale degli stessi addetti ai lavori. È stato più semplice indagare altri affetti “negativi” quali la colpa, la rabbia, l'invidia, che non la vergogna, e questo proprio per le sue peculiarità. La tesi sostenuta da Iannuzzi la connota come «un vissuto che compare nell'arco dello sviluppo psichico a seguito dell'acquisizione di un pensiero autocosciente, fornisce segnali importanti ai fini della regolazione della distanza sociale nell'interazione umana e permette di rimodulare la condotta rispetto al gruppo di appartenenza e alle sue norme» (p. 121). Fra le conseguenze negative indirett