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Trovo un messaggio in segreteria: «Salve, sono Simona. Sono una psicologa e vorrei iniziare un percorso. Il mio numero è (…), vorrei fissare un appuntamento». Richiamo e ci accordiamo per incontrarci la settimana successiva. Mi chiedo se sia una giovane formatasi presso l'Università dove insegno o presso un altro Ateneo e, nel primo caso, come mi regolerò.
Simona arriva puntuale al primo colloquio e, quando vado ad aprire la porta, mi trovo di fronte un volto che vagamente ricordo. È effettivamente una giovane psicologa (ha 29 anni) laureatasi presso l'Università dove lavoro e le cui attività, al momento, sono tutte di volontariato presso strutture associative, comunali e ospedaliere che si occupano di questioni di genere. Subito dice che mi ha chiamato per quella che definisce come una «difficoltà nella separazione dalla famiglia d'origine»; questione che occuperà gran parte dei primi anni di un'analisi ancora in corso.
Questi gli elementi che emergono dai due colloqui di consultazione: Simona si è sposata civilmente, circa 7 mesi fa, con Sergio (32 anni), dopo 8-9 anni di fidanzamento, ma ancora non convivono perché hanno deciso di aspettare il matrimonio religioso, che avverrà tra circa 5 mesi: «È lui che mi ha detto chiaramente che o ci sposavamo o basta. Io avrei ancora aspettato, non ci sto male a casa dei miei… Non avevo urgenza, ma lui ha aspettato fin troppo. Anche rispetto al matrimonio religioso, sono stata io a prendermi ancora del tempo. Per me andava bene anche così. E poi ci sono i miei progetti di formazione, anche se al momento non me la posso permettere». Emerge lentamente, ma chiaramente, una sua difficoltà a