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Una voce sconosciuta, femminile, dalla segreteria telefonica: «Salve, sono Simona. Sono una psicologa e vorrei iniziare un percorso. Il mio numero è (…), vorrei fissare un appuntamento» (p. 303). Una parola, «psicologa», suscita fantasie nell'analista, che scandagliando volti di suoi vecchi studenti, riflette su eventuali ricadute transferali e muove già i passi preliminari di un'esplorazione analitica non ancora iniziata. La voce registrata dice altre due parole, incaute quanto apparentemente incolpevoli, evocative di seduttività al terzo orecchio dell'analista: un saluto goffo, «Salve», in equilibrio fra ciao e buongiorno, una forma incerta, sbrigativa e non coinvolgente che rivela molti indizi interessanti sui sentimenti preconsci verso l'analista. L'altra parola è il nome: la paziente si presenta col proprio nome, “sono Simona”, come a dire, “Non si ricorda di me, professore? Quando passava nei corridoi dell'Ateneo, dieci anni fa, salutava affabilmente me e le mie amiche e io capivo che, in particolare, lei salutava me fra tutte?”.
Dopo duecento sedute la paziente accennerà al proprio coinvolgimento affettivo col futuro analista, quando era una studentessa e lui un assistente universitario. Nei primi colloqui aveva parlato di problemi legati allo sviluppo. Nel senso eriksoniano, direi, di stagnazione rispetto alla generatività. Un conflitto fra sessualità di piacere e sessualità generativa, in cui il fantasma della sessualità riproduttiva fa paura perché sostanziato dall'angoscia di abbandono. Nonostante sia civilmente sposata da sette mesi, Simona vive ancora con i suoi. È ferma anche sul piano professionale, vorrebbe “formarsi” (alla Società Psicoanalitica Italiana?) ma non se lo può permettere. Descrive la madre come poco presente e il padre troppo coinvolgente. Un padre “complice”, con cui lei può unirsi immaginandosi identificata («Ci assomigliamo quasi in tutto», p. 305), ma anche un padre “fastidiosamente” seduttivo («Lui scherza sempre sul fatto che, a vo