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«Ciascuno faccia la sua parte e si assuma le proprie responsabilità». Il dettame di Chomsky portava sul terreno dell'azione individuale e di gruppo quel tanto di utopia concreta che sfiorava i nostri intelletti abbastanza disincantati per non voler cambiare il mondo ma per migliorarne comunque qualche tassello, a partire dalle nostre competenze di lavoratori intellettuali. Il complesso organico di saperi, raccolto sul terreno empirico, si configurava in termini di politica organizzativa, culturale e legislativa. L'ibridazione tra culture diverse, in particolare gli aspetti nuovi delle discipline sociali, psicologia e antropologia culturale incluse, ruppe le barriere ideologiche senza più impedimenti alla circolazione delle idee. In questo scenario brulicante (pullulante, avrebbe detto Gustavo Jacono, e lo cito perché questo pezzo è sull'onda del ricordo, con poche idee elementari e tante persone che distillavano entusiasmi e passioni senza cadere nelle trappole idealizzanti) mi colloco alla fine degli anni 1950, fresco del grande insegnamento di Gaetano Benedetti. Con Enzo Spaltro prendemmo l'iniziativa di fondare un gruppo. Tramite Nino Andreatta e Michele Ranchetti entrai in Feltrinelli e impostai la collana1. In fondo, sono ancora contitolare di Psicoterapia e Scienze Umane e ne approfitterò per scrivere la mia storia con tanti dettagli, vagolando qua e là. L'impoverimento cognitivo, segnalato in Germania da Oskar Negt nel 1968 sulla rivista FU-Spiegel2, era appena agli inizi e non se ne prevedeva la diffusione massiccia immortalata da Davide Miccione3 con la figura dell'ignorante ipermoderno, nel trionfo del sottoproletariato cognitivo. L'università non era «cultura in scatola», quello «straordinario concentrato di stupidità in cui l'automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane» di cui scrive Federico Bertoni4. Nessuna nostalgia di passati meravigliosi. C’è da fare nell'oggi, nel